il pitecantropo

Ecco cosa succede a perdere il treno dell'evoluzione

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meno cinque…quattro…quattro…quattro…

Chiedo solo che mi si risparmi lo strazio dello scorso anno…

31 dicembre 2007

Non facciamo mai un cazzo!

L’urlo mi sorprende mentre mi sono sdraiato un attimo dopopranzo a riflettere sull’ermeneutica gaussiana applicata alla costante di malinowski e ho appena stabilito che l’agnello di dio qui tollit peccata mundi non va mai mangiato prima di una riunione in ufficio.

Quest’anno ci ho pensato io! Cenone e dopo la mezzanotte si balla! Ah poi mi dai i 150 euri che ti ho anticipato io. Ma con calma.

Allora è questo che intendevi quando  dicevi di voler fare qualcosa di diverso? e io che mi ero illuso volessi andare a vedere un’aurora boreale a capo nord…

Poche storie. Vedi di liberarti prima oggi. E lavati.

Ciò detto scompare in una nube di vaffanculo.

Un dittero non classificato che sta per posarsi sul mio braccio esegue una virata strettissima e scompare in cucina facendo un loop. Riesco a malapena a vedere le sue migliaia di occhi che mi guardano disgustati.

Ore 21.

Lei ha indosso qualcosa di laminato e catarifrangente. Nella mia mente immagino tipo un party con giostre medievali in autostrada; solo dopo scoprirò di essere un inguaribile ottimista.

Ecco il solito comunista punkabbestia. Come puoi mettere le clarks a un party?

Ma cos’hanno che non va? Sono comode. E poi lo sai che erano le scarpe dell’esercito inglese per combattere nel deserto, che centra il comunismo?

E che centra il deserto?

Non so, ma ho una strana sensazione…

Porto con me la mia fialetta di cianuro ed usciamo.

La prima cosa che faccio quando arriviamo è leggere il menu:

frutti del mediterraneo con alghe di terra
spianatina di cereali pestati con crema di latte
coriandoli di mezzanotte e rondelle di stagione


Solo dopo aver bevuto un calice di bollicine di buon anno mi accorgo di aver speso praticamente 15 euri per mangiare e 135 per pagare un fottuto copy che descrivesse in altro modo una zuppa di cozze col prezzemolo, una lasagna con la ricotta e le lenticchie con lo zampone.
Dico, vabbè. Tanto glieli ridò. Con calma.

Pochi minuti dopo la mezzanotte, dopo aver baciato-gote stretto-mani e qualche artiglio, mi ritrovo compresso al muro da un’orda semovente. Riesco a malapena a conquistare uno spazio vitale soffocando un ficus che prima di morire mi ringrazia per avergli risparmiato jobì-jobà dei gipsy king.

Le luci intermittenti mi consentono di ritrovare la mia accompagnatrice grazie allo sfavillio dei riflessi del suo abito, che viene preso di mira da nugoli di falene impazzite che la scambiano per il faro di Alessandria.

Dopo un paio d’ore, la temperatura nella sala equivale a quella di Saigon in piena stagione monsonica. Sugli specchi cominciano a formarsi vaste colonie di ife fungine che alcuni camerieri zelanti provvedono a ripulire con una spugna, anche se ho il dubbio che in realtà le rivendano ai pusher in sala come psilocybe allucinogeni.

A un certo punto alcune biscrome particolarmente ritmate solleticano gli ipotalami della massa informe, che come obbedendo a un richiamo enzimatico si dà una nuova forma animale e comincia a muoversi rapidamente in fila indiana. il comportamento di questa nuova entità è molto pericoloso, in quanto durante la sua marcia i singoli individui tentano di tirare al proprio interno nuovi partecipanti ed accrescere così di volume. Capisco che guadagnare l’uscita è l’unica cosa che mi rimane. Devo solo sopravvivere allo sbalzo termico.

Il gradiente di temperatura fra la sala e la salvezza esterna si dipana lungo una distanza di 5 metri, lungo i quali si passa dall’interno a +45°C ai -5 dell’esterno. Inoltre so bene che le zone liminali sono solitamente abitate da creature diverse. Si dice che le prime forme di vita siano nate sulla battigia, proprio al confine fra terra e mare. Mentre mi diverto a rimasticare queste rimembranze liceali vengo affrontato sulla porta da un enorme bipede con occhiali da sole e livrea nera che prima di uscire vuole marchiarmi sulla mano come Polifemo faceva col suo gregge.
E’ per non finire nelle sue fauci che lo lascio fare, ma mentre mi allontano me lo immagino quando di tanto in tanto si leva gli occhiali per detergere il sudore che gli cola sul suo grande unico occhio al centro della fronte…

Le alternative a questo punto erano poche. Scarto subito l’idea di rientrare in sala attaccato sotto la pancia di qualche montone, visto che Ulisse ce la fece ma Polifemo scemo una volta, mica due. Restare lì ad aspettare la mia accompagnatrice/finanziaria significava essere ritrovato fra 2000 anni da qualche turista altoatesino come l’uomo del Similaun. Alla fine riuscii a contrattare un prezzo di favore con un Maître de Roulotte per una ricca birra media che andai a bere in beata solitudine sulle alte dune della spiaggia.
-Stronza, hai visto che mi sono state utili le clarks?- pensavo, mentre il mio sguardo si posava sulla luce intermittente del faro…

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and the winner is…

Insomma, è anche la prima volta che ci provo, però fa sempre un bell’effetto presentarsi tutto bello infiocchettato e scoprire i vincitori di questo duemilaotto.

-miglior film: nonostante la dura concorrenza di capolavori assoluti come Non è un paese per vecchi, scelgo il meraviglioso IL DIVO. Sorrentino torna presto!

-miglior disco: poca roba in giro. DA SOLO del buon Vinicio vince comunque a mani basse, specie dopo averlo visto pure live.

-migliore birra: difficile. Però credo che la Tennents comprata al camioncino e bevuta alla Baia al tramonto con Lei e dopo a fumarci su una sigaretta le batta tutte.

-miglior piatto: senza dubbio il riso orientale al KaDeWe a Berlino. Da tornarci solo per quello.

-migliore bugia: "dobbiamo smetterla di vederci. Ho sognato mia nonna che mi diceva che la facevo piangere se continuavo a comportarmi così con te"

-migliore acquisto: le converse red edition introvabili a 59 euri in un negozietto in provincia.

-migliore coup de foudre: quello con la venditrice di braccialetti alla notte bianca in una calda sera d’agosto

-miglior libro: La versione di Barney di Mordecai Richler

-miglior vino: Saint Romain di Christophe Buisson

Arrivederci al prossimo anno.
Sigla.

Nascite

-Marì ho visto bene. Mi pare che non c’è nessuno.
-Ti pare, Giusè. A te ti pare sempre. Mai che…ahiaaaaaa!
-Marì! Statti calma, Marì. Mò ce ne andiamo lì dentro. Piano piano. Ti porto io, Marì.
-Sto male Giusè. Sto perdendo tutto.
-Smettila Marì. Mò ti stendi e ti aiuto io. Andiamo.

La prende fra le braccia e comincia a camminare. Supera la carcassa di auto a cui aveva poggiato Marì, prima di andare dentro quel rudere a vedere com’era la situazione. Aveva allontanato col piede le siringhe e i resti di qualche scopata, preservativi accartocciati come pelli di serpente. Le scritte oscene sui muri non le leggerà, aveva pensato, che tanto è buio e poi la Marì manco sa leggere.

Per poco non inciampa in uno scheletro di copertone con la Marì in braccio.
-Cazzo Marì. A momenti cadevamo…Marì? Come ti senti Marì?
-Sto male Giusè. Tengo freddo. Mi tira tutto sottoooaaaahhhhhhiaaaaaa…
-Cristomarì. Aspetta ancora un momento che siamo arrivati Marì…ecco…ecco…ecco mettiti qua Marì. Statti calma. Respira.
Si leva la giacca di pelle e la mette sotto la testa di Marì.
-E’ bagnato Giusè.
-Lo so Marì. La pioggia.
-No Giusè. No la giacca. Sotto. Sto perdendo acqua. O sangue non so…

Le solleva la gonna lunga sino ai piedi. L’orlo pieno di fango le aveva sporcato le caviglie. Le mutandine sono completamente bagnate per le acque che le si sono rotte. Le contrazioni del ventre segnalano un’urgenza di cure. Per un attimo pensa di andare fuori a riempire qualcosa con l’acqua che si è accumulata nelle pozze. Ma lì ci bevono i cani, pensa.

-Tranquilla Marì. Non è sangue. Mò però ti devi ricordare quando è nata tua sorella. Io c’ho paura Marì…
-Sei il solito stronzo Giusè. Io qua forse muoio e tu tieni paura?! Io che sto facendo nascere mio figlio come una bestia, in mezzo a questa merda e tu tieni paura??
-Non ti incazzare Marì, ti prego! Mò devi spingere forte. E respirare forte. Io sò stronzo vabbene ma mò tu pensa al bambino, ti prego!

Alcune paia di occhi si fermano poco distanti, attratti dalle voci umane ma troppo impauriti per avvicinarsi oltre.

-E a me chi cazzo ci pensa Giusè??? Tu ci pensi??? Guarda dove stiamo Giusè…i cani! Caccia quei cazzo di caniiiiiii!!!!!

La bottiglia si rompe sul muro e il rumore secco è sufficiente a far fuggire le bestie che si allontanano guaendo.

-Li ho cacciati Marì!! Hai visto che te li ho cacciati via? Ti aiuto io Marì!
-Giusè, vedi che è successo sotto…

Il fagotto insanguinato giace fra le cosce calde della Marì. Appena Giusè lo prende comincia a piangere. Un pianto lungo. Lunghissimo. Come se per nove mesi avesse accumulato aria nei polmoncini solo per poter piangere.

-E’ femmina, Marì…è bella e tiene i capelli neri. Dagli un bacio Marì.
Dopo averle pulito il viso, con la placenta ancora attaccata la posa delicatamente su Marì.

Giusè esce fuori. Si ripara dietro un angolo per accendere una sigaretta. I cani sono lì fuori. Lo guardano poi si allontanano verso i campi. Riprende a piovere. Giusè muove lo sguardo verso la strada. Le auto sfregiano la notte con le loro luci e il loro rumore basso. Giusè nota il cielo più rosso sopra la città, poi prende una bottiglia di plastica, la taglia a metà, la posa per terra e aspetta che le gocce di pioggia la riempiano un poco.
-Almeno la pioggia è pulita- pensa.

Se non son soddisfazioni queste

Non che serva a qualcosa, ma insomma dire quanto può essere bello cantare a squarciagola Ma il cielo è sempre più blu quando si è da soli in macchina e oltre i finestrini si vede solo buio e acqua a secchiate e auto ferme e tu immagini le facce di quelli al di là del vetro che si staranno chiedendo dove sta andando il mondo che ci girano sti pazzi che urlano senza motivo.
Insomma è bello.

io…un giorno crescerò…

Non è che poi magari sto bambino cresce col trauma della torta negata e, mettiamo, fra una ventina d’anni comincia a deportare cuochi e pasticcieri vaneggiando sulla purezza della panna?

Ecco cosa succede a perdere il treno dell'evoluzione

Succede che uno fa proclami, rivendica identità, promette giuramenti, stabilisce posizioni e poi.
Poi eccotelo lì, che allunga la mano e comincia a pigiare dei tasti quasi a casaccio.

Me lo ricordo bene mio zio. Scese dal suo albero -solo per caso, in verità- e si mise a giochicchiare con quella selce. Me lo ricordo ancora quando mi salutò.
Torno subito– mi disse.
Io sto ancora qui che lo aspetto.
Nel frattempo schiaccio tasti.
Hai visto mai.

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