il pitecantropo

Ecco cosa succede a perdere il treno dell'evoluzione

Archivi per il mese di “marzo, 2009”

Lunedi

Uguale uguale.

Into the jungle

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Un gentile invito è arrivato nei giorni scorsi nella sede della Zienda.
Ha un nome invitante: Brain Show, si chiama questa occasione straordinaria per tutti noi che lavoriamo con la Zienda.
Sull’invito facce che sorridono e si scambiano segni di pace fra scenari urbani.
Alle loro spalle un edificio da cui escono uomini e donne. Cosa si svolga esattamente al suo interno mi provoca un senso di panico ancestrale.

Il sentiero che si inerpica per un leggero declivio e conduce al luogo ove avverrà la teofania appare segnato da mezzelune e piccoli fori, segno evidente che il branco di maschi e di femmine che sono passati di qui avevano il tacco di ordinanza.
Da un canale di scolo una coppia di topi fugge in direzione della strada. Ho come l’impressione che si fermino per un attimo a guardarmi prima di scuotere il piccolo capo e scappare via.
Mi avvicino sempre di più mentre il brusio delle centinaia di laringi che si aprono e si chiudono aumenta di alcune ottave ad ogni passo.
A poche centinaia di metri i primi effluvi di acque di colonia segnalano il quotidiano olocausto di milioni di peli facciali, ultime vestigia di una bestialità ancestrale ormai domata dal positivismo estetico di rasoi a 15 lame.
 
Il branco è compatto.
Visto dall’esterno, esso presenta una pessima mimesi di livree scure che contrastano nettamente col candore dei retrostanti muri. Gli individui che compongono le file più esterne sono anziani. E’ un’ottima strategia che permette, in caso di attacco o di blitz della finanza, di sacrificare i più lenti e inutili dando il tempo al resto di mettersi in salvo.
Ormai mi aggiro anche io fra loro. Uno sguardo più attento mi permette di scoprire che il branco in realtà è suddiviso in sottoinsiemi più piccoli il cui nucleo generalmente nasconde o femmine fertili o i capibranco.
Attorno ad essi la fauna è variegata.
Nel primo caso si nota una preponderanza di maschi, i cui soggetti più intraprendenti sfoggiano sotto il collo delle garrule appendici setose multicolori, la cui lunghezza e il cui spessore dovrebbero richiamare nelle femmine i sopiti istinti sessuali. Queste ultime utilizzano richiami cromatici sul volto e agitano le criniere squittendo.
Attorno ai capibranco si svolge invece una lotta ritualizzata per il predominio dell’habitat.
Solitamente gli individui di questo gruppo tendono a scoprire le dentature -spesso artificiali- utilizzando un sorriso ghignato per esprimere un rispetto apparente ma celante in realtà istinti omicidi.
Le strette di mano sono abitualmente precedute da un fugace strofinio sul pantalone per eliminare le tracce delle secrezioni ghiandolari, frutto dell’accesso tachicardico che precede la lotta.

Improvvisamente, come obbedendo ad un richiamo archetipico, il branco si muove compatto verso due tavoli su cui si trovano contenitori pieni di bevande colorate e piccole forme di cereali macinati e cotti.
Le femmine e gli individui più scaltri sono i primi ad arrivare.
Le prime stazionano nei pressi dei tavoli senza nutrirsi né bere, anzi spesso tirano fuori da ampi marsupi che reggono con le mani, piccole forme di cibo semicrudo ipocalorico. Tendenzialmente, a causa della crisi ipoglicemica che le coglie nelle ore successive, è possibile ritrovare le stesse femmine intente a consumare grassi saturi al riparo dallo sguardo dei maschi.
I secondi sono costretti a lasciare il campo all’arrivo dei capibranco che
fra ali di giubilo e inchini guadagnano il privilegio dei bocconi migliori; ai pochi che ancora gravitano blandamente attorno al tavolo non resta che raccattare resti di pasto o succhiare cubetti di ghiaccio.

Il mormorio della sala si placa al calare delle luci.
Da un enorme multiproiettore un’iride compone sullo schermo il simbolo della Zienda.
Qualcuno si inginocchia.
I subwoofer mimetizzati da girasoli spingono nei timpani l’inno della Zienda. E’ il segnale. Dalla bruma che circonda le prime file si alza uno dei sacerdoti.
Io prendo posto in una poltroncina laterale, qualcosa mi dice che avrò bisogno di una comoda via di fuga.
Il microfono stride che sembra un urlo di dolore, un’ultima ribellione prima di essere attraversato dalle formule liturgiche del sommo incappucciato.
Sullo schermo torte che esplodono come supernove fanno aprire bocche in muti oh, grafici a colonna si impilano uno sull’altro come giocolieri quasi dovessero reggere templi di divinità pagane; gli addetti all’ottimismo girano per la sala con flebo e siringhe mentre una strana atmosfera di golpe morale si diffonde intorno a me.
Il mix cromo-fonico mi seda, l’ultima immagine che ricordo sono i satelliti di Giove.

Una gomitata sulle costole mi riporta al presente. E’ tutto finito.
-Gran discorso il vicedirettore, eh?
-Uh? Sssì…belle parole…
-Che dici, ci avviciniamo? Dài andiamo a conoscerlo!

Da dietro un cespuglio i due ratti che avevo incrociato poche ore prima mi fanno un cenno: -da questa parte!
Corro.

Relatività

caffeina

-Oh ma avete sentito quella cosa dei cani assassini? Dice che li abbatteranno tutti…
-Poveri. Ma i cani non sono assassini. Sono i padroni che li addestrano a essere cattivi…
-Vero, cazzo. Certo che però ora fra zingari e cani mica son tranquillo quando esco…
-Zingari. Li brucerei tutti quelli lì…
-Vero, cazzo. Oh, ma arrivano sti caffè?

C'era una volta il web

Avevo voglia di raccontare la cosa in maniera gradevole.
Chessò, costruirci una storiella intorno.
Ma la merda anche se glassata sempre merda resta.
Per cui vi comunico i link, voi fatemi il maledetto piacere di leggerveli tutti e spargere le notizie.

Sto parlando di questa proposta di legge.
Che poi è la stessa persona che ha fatto anche questo.

Ma poi si è scoperto che dietro quella persona c’è un’altra persona che dice queste cose qua (particolare attenzione dal minuto 1,30 in poi)

C’è stato chi ha replicato con cognizione di causa. (qui altri importanti contributi)

Ieri, 12 marzo, era la giornata mondiale contro la cybercensura.

Stiamo molto molto attenti.

Dio 2.0

Immagine 1
Inutile che ci provi. Fino a quando non mi gonfi una borsa dell’acqua calda, col cazzo che ti clicco.

Del libero arbitrio

Nuova collocazione del sottoscritto nella scala valoriale della zingara:

1. mister x
2. gli amici
3. mister y
4. cinema
5. leggere
6. lo yoga
7. il cambio degli armadi
8. la pioggia
9. amici di maria
10. la meduse ricce
11. le sigarette
12. gli uccelli migratori
13. tribuna politica
14. la birra
15. la cometa di halley
16. annaffiare le piante
17. lo shopping
18. il tempo atmosferico
19. ulisse e il piacere della scoperta
20. facebook
21. la coscienza
22. il crollo delle borse
23. kieslowski
24. le mestruazioni
25. la ceretta
26. lo scirocco
27. il decoupage
28. lo stracchino
29. IL PITECANTROPO
30. la messa di natale

Ora. Essere al di sopra di siffatto giorno di culto per tutta la cristianità è sicuramente un buon risultato. Ben più difficile sarà risalire la classifica, anche perchè proprio sopra di me c’è il temibile stracchino, la cui consistenza gelatinosa e semiliquida non consente di passarci attraverso con la solita facilità. Il fatale risultato si è concretizzato venerdi, quando chiamo la zingara…

-ehi che fai?
-niente sono a casa…
-bene, visto che a casa non ho nulla da mangiare avevo pensato di chiamarti per andare a cena da qualche parte…una cosa tranquilla non ti preoccupare. poi lo sai che ho l’uccello fuori uso per ora (è bene sottolinearlo sempre. la zingara sopporta a malapena uno sguardo sbilanciato o una parola fuori canovaccio. sottolineo anche la mia temporanea impotentia coeundi -causa blanda malattia venerea- per sgombrare il campo da eventuali fattori di rischio ormonali)
-no, senti, è che ho già fatto la spesa…ho le verdure e lo stracchino, sai…però possiamo fare un’altra volta, in settimana magari…
-ok. non ti preoccupare. sisi, in settimana va bene. (le faccio credere di aver creduto)
-ci sei rimasto male vero?
-ma no figurati. ne approfitto per guardare un bel film…
-allora ciao…
-allora ciao…

Fin qui tutto bene


Immagine 2                                                                      

 Insomma io fino a qualche anno fa non è che si poteva chiamare lavoro quello che facevo. Un dignitosissimo sfruttamento post-universitario passato a elemosinare contratti con scadenze più brevi di uno yogurt. Però ero io, facevo quello per cui avevo studiato, vivevo in un ambiente salubre, la gente che conoscevo possedeva un discreto senso etico e di tanto in tanto si poteva parlare di libri senza vergognarsi.


Poi c’è quella cosa della neotenìa, che uno arriva a una certa età e non vuoi avere voglia di farti un viaggio? di comprarti una macchina con almeno gli sportelli? di fare il gradasso che il macbook è bellobello e solo 24 euri al mese?

E allora caro il mio ominide, sei stato sul tuo ramo come un idiota per tutto sto tempo, chè ti faceva scanto di evolverti e diventare un ometto con la tua bella stazione eretta e il pollice opponibile come tutti i cristiani.
Benvenuto dunque nel mirabolante mondo del lavoro a tempo indeterminato! che a me da buon agorafobico sta cosa dell’indeterminazione, come tutte le cose senza un confine da vedere, da poter controllare, già mi mette paura.
Ma poi ti accorgi che non è poi così male. Certo, devi recuperarne di strada se vuoi innalzarti dalla casualità che finora ti ha governato la vita. E ti abbagliano con le luci scintillanti del fisso mensile, e ti sedano con l’idea di essere parte di una grande famiglia: noi vogliamo bene a tutti, signor pitecantropo. Scimmie come lei, qualche maiale, e tanti tanti caimani. Sarete tutti insieme. In pace e amore.
Sìsì com’è bello questo lavoro. Ecce Homo.

Poi un giorno arriva uno, per strada, e ti dice: pillola rossa o pillola blu. Dammele tutte e due che magari passa pure l’ulcera. E l’ulcera non passa mica, anzi aumenta per lo schifo che ogni giorno sei costretto a mangiare. Ma nella tana del bianconiglio ti accorgi che dietro le facciate barocche si nasconde il putridume dei nani che popolano ogni corte per baciare i piedi delle satrapie antropofaghe, che quando non si divertono più tornano ai loro pasti abituali e, un bel giorno di marzo, come tutte le bestie scelgono con cura l’individuo più debole e senza danze dei sette veli gli decollano il cranio.

Oggi ho sperimentato -non ancora sulla mia pelle- cosa significa licenziamento. Oggi ho capito meglio cosa significa quando migliaia di persone vengono messe alla porta e tante grazie, che leggerlo fa un effetto, ma osservare l’umiliazione che si appiccia come una malformazione alla faccia e ai gesti di una persona è un’altra cosa. Oggi ho avuto solo la pallida immagine di una classe sociale che paga il prezzo per tutti. Oggi ho avuto la tangibilità del Valore Sacro della lotta e dei diritti di ogni lavoratore.
Oggi ho capito che nell’arena ci sono anche io, che nessuno è immune.
E la sensazione è quella di una caduta libera, in un percorso indeterminato come il tempo che mi separa dall’impatto. Fin qui tutto bene, dunque.  Cos’altro vi aspettate dall’odio che provo per voi?

Equazione

Sia data la coppia A+B
Sia data la coppia C+D
Sia data la variabile X

Si configuri la variazione:
A+D
X+B

Si trovi un ruolo per C.

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