il pitecantropo

Ecco cosa succede a perdere il treno dell'evoluzione

Into the jungle


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Un gentile invito è arrivato nei giorni scorsi nella sede della Zienda.
Ha un nome invitante: Brain Show, si chiama questa occasione straordinaria per tutti noi che lavoriamo con la Zienda.
Sull’invito facce che sorridono e si scambiano segni di pace fra scenari urbani.
Alle loro spalle un edificio da cui escono uomini e donne. Cosa si svolga esattamente al suo interno mi provoca un senso di panico ancestrale.

Il sentiero che si inerpica per un leggero declivio e conduce al luogo ove avverrà la teofania appare segnato da mezzelune e piccoli fori, segno evidente che il branco di maschi e di femmine che sono passati di qui avevano il tacco di ordinanza.
Da un canale di scolo una coppia di topi fugge in direzione della strada. Ho come l’impressione che si fermino per un attimo a guardarmi prima di scuotere il piccolo capo e scappare via.
Mi avvicino sempre di più mentre il brusio delle centinaia di laringi che si aprono e si chiudono aumenta di alcune ottave ad ogni passo.
A poche centinaia di metri i primi effluvi di acque di colonia segnalano il quotidiano olocausto di milioni di peli facciali, ultime vestigia di una bestialità ancestrale ormai domata dal positivismo estetico di rasoi a 15 lame.
 
Il branco è compatto.
Visto dall’esterno, esso presenta una pessima mimesi di livree scure che contrastano nettamente col candore dei retrostanti muri. Gli individui che compongono le file più esterne sono anziani. E’ un’ottima strategia che permette, in caso di attacco o di blitz della finanza, di sacrificare i più lenti e inutili dando il tempo al resto di mettersi in salvo.
Ormai mi aggiro anche io fra loro. Uno sguardo più attento mi permette di scoprire che il branco in realtà è suddiviso in sottoinsiemi più piccoli il cui nucleo generalmente nasconde o femmine fertili o i capibranco.
Attorno ad essi la fauna è variegata.
Nel primo caso si nota una preponderanza di maschi, i cui soggetti più intraprendenti sfoggiano sotto il collo delle garrule appendici setose multicolori, la cui lunghezza e il cui spessore dovrebbero richiamare nelle femmine i sopiti istinti sessuali. Queste ultime utilizzano richiami cromatici sul volto e agitano le criniere squittendo.
Attorno ai capibranco si svolge invece una lotta ritualizzata per il predominio dell’habitat.
Solitamente gli individui di questo gruppo tendono a scoprire le dentature -spesso artificiali- utilizzando un sorriso ghignato per esprimere un rispetto apparente ma celante in realtà istinti omicidi.
Le strette di mano sono abitualmente precedute da un fugace strofinio sul pantalone per eliminare le tracce delle secrezioni ghiandolari, frutto dell’accesso tachicardico che precede la lotta.

Improvvisamente, come obbedendo ad un richiamo archetipico, il branco si muove compatto verso due tavoli su cui si trovano contenitori pieni di bevande colorate e piccole forme di cereali macinati e cotti.
Le femmine e gli individui più scaltri sono i primi ad arrivare.
Le prime stazionano nei pressi dei tavoli senza nutrirsi né bere, anzi spesso tirano fuori da ampi marsupi che reggono con le mani, piccole forme di cibo semicrudo ipocalorico. Tendenzialmente, a causa della crisi ipoglicemica che le coglie nelle ore successive, è possibile ritrovare le stesse femmine intente a consumare grassi saturi al riparo dallo sguardo dei maschi.
I secondi sono costretti a lasciare il campo all’arrivo dei capibranco che
fra ali di giubilo e inchini guadagnano il privilegio dei bocconi migliori; ai pochi che ancora gravitano blandamente attorno al tavolo non resta che raccattare resti di pasto o succhiare cubetti di ghiaccio.

Il mormorio della sala si placa al calare delle luci.
Da un enorme multiproiettore un’iride compone sullo schermo il simbolo della Zienda.
Qualcuno si inginocchia.
I subwoofer mimetizzati da girasoli spingono nei timpani l’inno della Zienda. E’ il segnale. Dalla bruma che circonda le prime file si alza uno dei sacerdoti.
Io prendo posto in una poltroncina laterale, qualcosa mi dice che avrò bisogno di una comoda via di fuga.
Il microfono stride che sembra un urlo di dolore, un’ultima ribellione prima di essere attraversato dalle formule liturgiche del sommo incappucciato.
Sullo schermo torte che esplodono come supernove fanno aprire bocche in muti oh, grafici a colonna si impilano uno sull’altro come giocolieri quasi dovessero reggere templi di divinità pagane; gli addetti all’ottimismo girano per la sala con flebo e siringhe mentre una strana atmosfera di golpe morale si diffonde intorno a me.
Il mix cromo-fonico mi seda, l’ultima immagine che ricordo sono i satelliti di Giove.

Una gomitata sulle costole mi riporta al presente. E’ tutto finito.
-Gran discorso il vicedirettore, eh?
-Uh? Sssì…belle parole…
-Che dici, ci avviciniamo? Dài andiamo a conoscerlo!

Da dietro un cespuglio i due ratti che avevo incrociato poche ore prima mi fanno un cenno: -da questa parte!
Corro.

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8 pensieri su “Into the jungle

  1. Mi sarebbe piaciuto vedere quelli che succhiavano i cubetti di ghiaccio…!

  2. tu non te ne sei accorto ma ti hanno CERTAMENTE arricchito.

  3. @siddh: l’effetto visivo è come una fellatio in vitro. uguale.
    @strega: quindi che dici, faccio fattura?

  4. E in tutto questo potere analitico, interpretativo, da questo punto di vista altro, con questo cinismo da ratto, con la tua lucida coscienza vergine delle seduzioni della Zienda insiste e scava dentro di te la domanda.. cosa è matrix?

  5. Ah ecco, adesso si che ho chiara visione dei malcapitati!

  6. è già tanto che non v’abbiano vestiti di un camicino in cotone, forniti di bussola e sparpagliati su una vetta di 2000 mt per una sana battuta di orienteering.
    la vostra è una Zienda umana, dai.

  7. utente anonimo in ha detto:

    wow è perchè scrivi così che ti hanno assunto nella zienda! io ti assumerei, se ne avessi una, dico.

    tessapurna

  8. @flou: menomale sì. altrimenti faremmo come i lemming, ne sono sicuro.
    @tess: quando vuoi. fai un fischio e mollo tutto.

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