il pitecantropo

Ecco cosa succede a perdere il treno dell'evoluzione

De motu corporis


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Per tre giorni alla settimana, quando torno a casa, invece di riposare le membra come tutti i cristiani del mondo animale, acquisto uno sguardo vitreo, mi muovo come sotto un effetto ipnotico, mi svesto del mio involucro di civiltà presunta e sbattendomi la porta alle spalle esco nuovamente dirigendomi nel vicolo più buio della più buia via della città.

Solitamente non passa mai nessuno, specie a quell’ora. Anche il vento ha difficoltà a incunearsi in quello stretto budello di cemento, solo raramente  si limita a sollevare alcune cartacce che inevitabilmente ricadono al suolo formando strani poliedri senza alcun apparente significato.

La porticina anonima si socchiude leggermente, invitandomi a continuare quel grottesco cerimoniale. Davanti all’ingresso sono costretto a guadare una pozzanghera perenne, la cui origine non è meteorica ma condensativa, come se quel liquido fosse una propaggine amniotica della vita ipogea che si nasconde sotto i miei piedi. La superficie di quella pozza vibra. Piccole onde sinusoidi s’inseguono dai bordi verso il centro, celebrando in una ripetitiva danza il profondo battito e sordo di un immenso unz-unz che viaggia per aspera ad astra.

L’ingresso è vuoto. Non ho mai incontrato nessuno lì. Una maledizione sembra regnare in quella zona liminale.
Uno scheletrico tornello rotante ostacola la mia discesa verso l’Ade, esigendo il suo tributo elettronico. Infilo delicatamente la scheda magnetica in uno stretto e lascivo orifizio e quel braccio freddo, pago di siffatta penetrazione sublimata, si abbassa di scatto. Il clang metallico rimbalza un po’ fra le pareti grigie di quel tabernacolo prima di essere risucchiato verso il basso.
Ora solo cinque gradini mi separano dall’abisso.

Un geometrico gioco di specchi dilata a più infinito lo spazio. Colonne di vapore salgono verso il soffitto e forse son la causa prima della pozza che ho visto in superficie. In questo ambiente gigeriano una moltitudine di anime dannate si affanna attorno a macchinari che sembrano dotati di vita e coscienza proprie. Un’oscena comunione fra carne e metallo celebra il trionfo della proteina, la divinizzazione dell’aminoacido ramificato, la damnatio memoriae del grasso saturo. La musica armonizza il tutto, obbligando chiunque a muoversi secondo i 120 battiti al minuto che vengono fuori da Fuck the Beer degli Analchoolic Death, Like a Jogging Stone dei Running Step o Your Last Dinner dei Crossing Nazaren.

La piccola comunità indigena che vive in quegli ambienti si è data leggi, morale e una rigida gerarchia tribale.

Una volta vidi entrare uno. Doveva essere sicuramente un re o uno sciamano. Egli aveva una specie di barba, cui un artigiano aveva dato consistenza di bassorilievo e forma di doppia bipenne che, partendo dalle orecchie, si congiungeva sotto una mandibola a balconcino terminando con uno sbuffo a protome leonina.
Il capo si sarebbe detto ricoperto dai fili d’oro più fini, roba da fare invidia all’arte orafa dei goti. In realtà si trattava di una finissima peluria che opportunamente trattata con bagni acidi emanava sua sponte bagliori dorati. Alcuni narrano che durante il solstizio d’estate, a mezzogiorno in punto, il prisma che ivi si scompone viene riflesso sulla pareti formando strane formule che alcuni usano come vaticini.
Egli vestiva con una lunga tunica, una via di mezzo fra il poncho di Clint Eastwood e un plaid che mi ricordò tanto la mia povera nonna, ma molto più aderente. Lo stretto fasciame dapprima si elevava seguendo i picchi  regolari del gran dorsale, quindi cadeva verso il basso costeggiando la placida pianura del culo. Un discreto pantalone bianco ricopriva le appendici ambulacrali del re. I piedi, o quel che ne faceva le veci, erano stati tumulati entro due scarpini ammortizzati e dotati di placchette catarifrangenti ex art. 21 del codice della strada.

Lo sciamano e i suoi sgherri non utilizzano gli attrezzi più popolari, destinati alle masse rachitiche. A loro è invece riservata una piccola area, in cui un complicato sistema di carrucole consente loro di utilizzare la cosa più pesante esistente in natura. Difatti, attraverso un complicato sistema di verricelli e bracci basculanti, essi si esercitano all’apocalisse sollevando il grande armadio in noce della vecchina che abita di sopra, dandole fra l’altro il metafisico conforto di credere che lo spirito della sorella sia ancora lì con lei.

L’abbigliamento è molto importante e fornisce valide informazioni circa la gerarchia del gruppo. Il must è indossare qualcosa che abbia un riferimento più o meno esplicito al mondo bellico o comunque legato a una controparte soccombente.
E’ molto facile ad esempio trovare magliette che inneggiano a qualche corpo militare o reazionario. Ricordo motti come "7a brigata fucilieri di Lucania" oppure "4° stormo bombardieri delle Murge".
I più retrò sfoggiano merce d’antan: "Addis Abeba 1927. Io c’ero" oppure "Salamina 480 a.C. Hellas Tour".

A far da contrappeso a tale virilità indotta concorre il sottogruppo muliebre.
Le donne che riescono a sopravvivere in questo ambiente si dividono in due tipologie: le timide e le killer.
Le prime comprendono solitamente casalinghe, bibliotecarie, impiegate di concetto o madri in fuga.
Queste presentano una fisiognomica correlata alla loro attività principale. Ad esempio le casalinghe hanno spesso larghi ventri e vestono tute in acetato beige con sulla schiena il simbolo dei cinque cerchi olimpici fatto utilizzando dei bicchieri e del caffè. Esse emanano odori di frittura o, il venerdì, di baccalà o altro magro. Le bibliotecarie sono giovani, hanno le dita nere di piombo e utilizzano pagine di Guerra e Pace per imbottirsi il reggiseno.
Tutte generalmente per pudore nascondono il culo dietro una felpa legata in vita a mo’ di veneziana e invece dei soliti attrezzi sollevano oggetti d’uso comune, come flaconi di candeggina, arrosti per brasati, volumi della Universale Economica Larousse o grossi faldoni di pratiche per il condono edilizio.

Le killer secondo alcuni in realtà sono non-uomini. La vita a stretto regime testosteronico ha operato un processo di decadimento molecolare e sfanculamento ovulare per cui hanno sviluppato barba, pomi di adamo come meloni, e talvolta partecipano attivamente alle discussioni toccandosi il pacco. Le costanti attività motorie hanno causato un pericoloso innalzamento del loro culo, il quale ormai ha perso il contatto radio con il fondo schiena e segue orbite ellissoidi fra le scapole. Una volta ci fu lo strano caso di una killer che si ritrovò con un gran pancione da gestante al 6° mese ma in seguito si capì che si trattava di un culo uscito fuori orbita.

Com’è stato recentemente dimostrato, l’attività neuronale complessiva durante gli sforzi prolungati in palestra è equivalente a quella di un lemure che osserva una mela che cade da un albero. Tentare di opporsi a questo principio fisiologico può avere gravi ripercussioni organiche. Una volta accadde che uno, trovandosi ad aspettare, si mise distrattamente a guardare il calendario delle 12 Miss Killer, su cui campeggiavano dettagli anatomici molto intimi, tipo ad esempio una rotula ricoperta di menischi o un epicondilo coi brillantini sulle tuberosità (mi ricordo che a maggio ci sono due cavità glenoidee al tramonto molto belle).
Insomma sto tipo si era soffermato forse un po’ troppo a decifrare i nomi dei mesi quando venne colto da spasmi musc-orali nel senso che cominciò a emettere fonemi in ordine sensato dicendo cose come “30 giorni ha novembre…” oppure “di venere e di marte…” Fortunatamente lì vicino c’era lo sciamano che gli fece delle frizioni con un disco da 20 kg in fronte e quello in pochi minuti si riprese.

Questo non vi porti a pensare che in quei luoghi non ci sia possibilità di nutrire anche il cervello. Una specie di inginocchiatoio barocco è stato riadattato a pratico mobiletto porta riviste. La selezione letteraria è stata rigidamente operata dalla direzione. "Men vs Beasts": in copertina un branco di avvocati nudi che sbranano una gazzella mentre alcuni leoni li fotografano da lontano. "Love&Power" in cui un Signore Pantocratore ipertrofico solleva il Creato. All’interno si riporta la dieta dell’Onnipotente e vi si sottolinea il legame etimologico fra creatina e Creatore. "Holy Cars" con la recensione di un Mortal Urban Vehicle a sei ruote motrici integrate a trazione animale utilissimo per una scampagnata nella Valle dei Templi.

Per uno strano senso di conservazione della specie, tendo a non rivolgere la parola a coloro che hanno la circonferenza del braccio maggiore di quella della mia gamba e questo è il motivo per cui solitamente in quell’oretta preferisco ripassare mentalmente le date delle Crociate oppure scambio dialoghi futili con Wilson, un vecchio manubrio da 4 kg ricoperto di ragnatele.
In alcuni casi, però non posso esimermi dal ricevere informazioni. Le uniche forme di comunicazione si dipanano partendo da concetti basilari: -devi fare qua?- oppure -ti serve qua?-
E le risposte consistono o in repentini aggrottamenti delle sopracciglia (=si) o in un volgere di spalle (=no).


Tempo fa, mi capitò invece un episodio inaspettato. Avevo appena fatto una di queste generiche domande quando l’energumeno che avevo di fronte mi rispose:- Prego, figurati.
Incuriosito da tale risposta articolata, chiesi chi fosse dato che mi sembrava una faccia conosciuta.
-Piacere, mi chiamo Magnon. Cro Magnon- mi disse.

Credo che lo sciamano avrà vita breve.

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5 pensieri su “De motu corporis

  1. su dai, non essere snob

  2. Al di là delle poco riuscite ironie, trovo che sia un ambiente noioso, ignorante e privo del minimo senso estetico. Son perfino disposto a tenermi lo snob.

  3. Si lo so. L’unico modo per andarci è procurarsi un sano attacco di autismo auto-indotto e preoccuparsi solo della mens sana che deriva dal corpore sano. Che quello è vero, dai.

  4. ma senza arrivare al patologico, ti dico che un i-pod risolve tutto. per ora il corpore pare sano. sulla mens non saprei.

  5.  jajajaja mi hi fatto crepare! lasciami stare che devo uscire mica posso star qui a leggere il prossimo

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