il pitecantropo

Ecco cosa succede a perdere il treno dell'evoluzione

Fuori servizio


Lo sapevo che prima o poi sarebbe toccato a me.
Le porte si chiudono e buonanotte.
Fermo. Immobile. Ti ritrovi come Giona nella balena. Ma molto più piccolo e soffocante l’ambiente metallico di questo stomaco oscillante che ogni giorno ci ingoia e ci risputa fuori. Troppo indigesto cibo carico di ansie, veleni e odori che ristagnano su pelle e abiti. Forse oggi sono un boccone un po’ più tenero. Forse il salmastro che mi portavo addosso dopo il mare mi ha dato quella sapidità che mancava. Insomma una preda da non farsela scappare per chi sta lì con la bocca spalancata e i suoi fanoni di gomma nera.

E succede tutto di notte, di domenica, d’estate.
E’ sempre così.
Alla fine non c’è differenza fra il muoversi in un’afosa notte di fine luglio in un condominio semiperiferico di una città marginale e il vagare nel nulla di una steppa asiatica. Il resto del mondo è troppo lontano per sentire il rumore del tuo corpo digerito dagli olii minerali di un mostro senza corpo. Solo enormi fauci illuminate da qualche strana appendice luciferina che attira a sé insetti da accecare e parassiti umani da trasportare.

Sta di fatto che sono qui. Prigioniero e immobile. Qualcuno deve aver previsto che la creatura possa risvegliare la sua natura antropofaga. “In caso di necessità azionare il pulsante di emergenza”. Il piccolo bottone giallo ha un campanello disegnato. Dovrebbe servire a scuotere il corpo semovente, a stimolargli un qualche riflesso condizionato costringendolo a vomitare il suo pasto non consentito. Lo schiaccio ma non succede nulla. Mi trovo a pensare alla scelta del colore. Solitamente pericolo è rosso, non giallo. -Ma quale pericolo, poi- mi ripeto come un mantra.

Lo scirocco si è ficcato ovunque, questa notte. Riesce a penetrare attraverso le strette labbra serrate del tumulo anodizzato che mi sigilla e si appiccica sulla pelle, soffocandola. Il nervosismo inizia il suo viaggio coi fiotti di adrenalina e mi stimola verso la compulsione discreta di una sigaretta. Riesco a trattenere a stento un gesto che mi costerebbe una buona quantità del poco ossigeno a mia disposizione.

Ogni tanto arriva, attutito dal cemento, il rumore di una tv. Nottata da passare fuori. Da varietà in balcone, affacciati sul desolante panorama di una distesa di auto con la pelle ancora rovente. Questo sarà sicuramente il geometra del secondo piano, con la cucina vista cortile. Me lo vedo a gambe stese per agevolare il deflusso del sangue agli stomaci, impegnati a scindere i grassi idrogenati di una frittura surgelata.

Stasera il cibo sono io. Mi aspetto che da un momento all’altro un fiotto di acido mi si riversi addosso da qualche ghiandola meccanica. Comincerei a disfarmi piano, per diventare bolo ed essere espulso.

Inizio a muovermi a scatti in quello spazio angusto. Lo specchio mi illude i sensi mandandomi indietro la falsa percezione di un ulteriore spazio in cui rifugiarmi. Cerco di non posarvi sopra lo sguardo per evitare la vista di un animale in trappola.
La bocca in cui mi trovo rinchiuso non ha occhi, almeno io non ne vedo, ma so che in qualche modo la creatura mi osserva e sembra accorgersi della mia paura. Avverto sopra la mia testa lo schioccare secco dei suoi lunghi tendini di ferro che gli sostengono le fauci, come se cercasse la giusta tensione nel serrare le mandibole prima di stritolarmi. Poi, è un attimo.

Il panico arriva improvviso, tenuto vanamente a bada dall’inconsistente ricordo di una respirazione controllata che feci nell’unico mese di yoga. Mi travolge dal basso, erompe dal diaframma e sale a prendere possesso dei centri nervosi adattandoli a un primordiale istinto di sopravvivenza. I polmoni non contengono più nulla, schiacciati dalla tensione del torace. Respiro con lo stomaco alla ricerca di aria ma un senso di nausea me lo impedisce.
Lotto contro le quattro pareti gastriche che mi schiacciano. Urlo, scalcio, urlo più forte. La vista del sangue che comincia a uscire dalle nocche mi atterrisce. Il movimento genera ulteriore calore e disordine. Mi strappo i vestiti di dosso, li allontano sentendone la costrizione che mi danno, come se fossero enzimi secreti da quella bestia per cominciare l’opera di digestione di pelle e carne. Le pareti luccicanti di luce e vapore reggono bene l’urto con la mia rabbia cieca. Comincio a saltare forsennatamente sul pavimento gommoso. Vorrei sfondarlo. Preferirei precipitare nel budello di un intestino buio e sfracellarmi succhiando una boccata d’aria durante la caduta piuttosto che sentire il fetore della mia decomposizione lenta.
Il sistema circolatorio non regge più, l’iperventilazione mi appanna i sensi e le ginocchia sono le prime a staccare la spina. Crollo. L’ultima cosa che vedo prima che la nebbia mi entri negli occhi è una piccola targhetta caduta da chissà dove.
Fuori servizio.

-Prego, prego. Dopo di lei.
-Grazie, avvocato.
-A che piano va?
-Quarto. Sempre quello.
-Eh già.
1…
…2…
…3…
-Ha sentito? Dice che il portiere giorni fa ha trovato ancora macchie di sangue nell’ascensore.
-Già. Drogati. Sicuro.
…4.
-Non si può più stare tranquilli.
-A chi lo dice. Bè arrivederla.
-Tante cose.

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2 pensieri su “Fuori servizio

  1. Gloria a te! eterna e immortale. Onore di are e incensi sia tributato al cranio tuo destinato agli allori. Oh muse unitevi e danzate al suono perfetto, alla metrica razionale, alle lumeggiature sapienti, che questa è stagione di rinascita. Costui scrive, e noi ne facemmo sacro pasto..

  2. Informazioni nutrizionali.
    100 gr di questo post contengono:
    50 gr di sociopatia* pura
    20 gr di fobia decorticata
    15 gr di noia grezza
    14 gr di invenzione in cristalli
    1 gr di hashish

    *20% della razione giornaliera. Pertanto se ne raccomanda la lettura nelle diete povere di -odio.

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