il pitecantropo

Ecco cosa succede a perdere il treno dell'evoluzione

Avanzi



‘Sta roba risale a qualche mese fa quando V. mi disse:
"Fatti un mezzo litro di quello buono
e butta giù una cosa da mandare per il concorso".
Io il mezzo litro me lo feci tutto, poi un febbrone e Borges fecero il resto.

E visto che -come da programma- non se n’è cavato nulla, la metto sul blog
che da quando è assurto a luogo di rivendicazioni sentimental-culinarie,
ultimamente è guardato dal sottoscritto con scimmiesca circospezione.

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Il viaggio

 

 

Smettila di nasconderti dietro quel bicchiere e guardami negli occhi.

Sono anni che ti parlo attraverso il vetro e il suo liquido rosso.

Il vino.

Tu e il tuo stramaledetto vino.

Ti ci ammali dietro al vino.

Quando ci siamo conosciuti piaceva anche a me. Poi mi sono accorta che senza di lui non sei mai riuscito a dirmi una parola. Tu Cristiano, lui il tuo Cirano. E lo sai come finisce quella storia? Che lei se ne accorge, alla fine, che ama quello che davvero le parlava! Forse è così.

Forse non dovrei odiarlo il tuo maledetto vino.

Forse è semplicemente lui che dovrei amare.

E lasciare te a naufragare nei tuoi fondi di cose incompiute.

Mi hai chiamata nel cuore della notte. Mi hai buttata giù dal letto.

Mi hai chiesto di venire qui, a casa tua, in questo posto assurdo e sconsacrato sotto le pietre bianche di Trani. Dici di amarla questa città. I suoi vicoli. Il suo porto. L’oscena dolcezza del suo vino.

Io la odio. È da qui che hai cominciato a fuggire da me. È qui che mi hai sacrificato al tuo desiderio di fuga, di vita, di est.

Ero io l’agnello da sgozzare ai tuoi dei, da tener buoni perché ti guardassero il cammino. Era mio il sangue che ricadeva sugli altari ad ogni tuo tornerò. Lo laveremo al ritorno col vino nuovo, mi ripetevi.

Saranno stati ubriachi anche loro, i tuoi dei. Non vedevo nessuno di loro a vegliare su quella vela, gonfia come i miei occhi. Nessuno a seguirla sino al mattino, se non i miei occhi.

Gjirokastra, Dubrovnik, Saranda, Ioannina, Nikšic.

Ogni tuo ritorno era un bivacco davanti a quel vino nero e denso con cui sei cresciuto. Quel distillato di strada, di rogna e bestemmie che sporca i bicchieri da cui non ti ha separato la paura della mia falce di odio crescente.

Ho passato notti intere ad ascoltarti narrare di come s’inebriasse quella gente che mi dicevi così diversa, ma di come nel primo sorso dei loro sorrisi sgangherati ti sembrasse di rivedere le facce del porto.

Il vino ci fa tutti uguali, mi ripetevi. Il vino è libertà!, gridavi sbattendo i pugni.

E a te, vecchio anarchico pazzo, sembrava di compiere la più civilizzatrice delle missioni trafficando con quelle botti, piene della voce della tua follia.

Non occorreva mettere in conto le carezze perlate di una contadina d’Epiro o i graffi sulla schiena lasciati da una zingara dalle parti di Bar. Come se non sapessi.

E quando l’ultimo quarto di te ti scendeva in gola, il bicchiere era un grottesco occhiale attraverso cui lanciarmi sguardi che chiedevano risposte a domande mai fatte.

Bastava osservarti il volto. Lucentezza di serpe dalla pelle bruciata dal sole e curata dagli unguenti campestri di una Vasilissa con occhi di mandorla.

Bastava guardarti le rughe sulla fronte. Spezzate come segmenti di gioie mai godute assieme, avviluppate come interrogativi verso qualche pensiero senza vita comune. Come i solchi nei tuoi campi quando fanno un giro attorno all’ulivo morto, come l’edera che gli ha levato la linfa.

Bastava solo starti accanto per morire dietro al colpevole agitarsi delle tue dita mentre ripulivi la tavola dai resti del pane spezzato insieme, schiacciando le briciole una ad una. Allontanandole come se fossero i figli immondi di un tuo indicibile peccato, condiviso e assolto dall’innocenza di una sposa.

 

“Ancora un ultimo inverno, ancora un’altra stagione. Poi fiorirò qui. Andremo all’interno, al casale sui colli. Sarai lontana dal mare, sarò lontano dal vino. Verranno i carri in festa a vedere il bambino, che avrà volto di pace e pianto di anarchia. Ancora un ultimo inverno, un’altra breve stagione.”

 

Quante volte l’ho ascoltata, la tua preghiera. Usurata come gli inginocchiatoi che mi hanno accolta in cattedrale, a lenirmi le attese. Vuota come i miei giorni, persi a venerare il sangue di un martirio, a vederlo mutarsi in vino. Come quello che sgorgherà dal tuo petto, sotto il filo tagliente dei miei occhi che illumineranno la notte del tuo ultimo viaggio.

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4 pensieri su “Avanzi

  1. ho letto fino alla decima riga, poi non ce l’ho fattam, perdonami.
    ma sono certa che merita.

  2. Si vede Borges e il vino, il febbrone no.
    Wallace lo venero come la Madonna
    Eggers ci andrei a letto
    Carver è amore
    Vedi tu da chi vale la pena cominciare

  3. @sea: è il pensiero che conta. io ad esempio penso che non merita più di tanto.
    @oskar: solitamente si comincia con l’andare a letto, poi si passa all’amore e infine ci si transustanzia. ma anche non necessariamente in quest’ordine. credo che comincerò da quello che riuscirò a ricordare varcata la soglia della libreria.

  4. utente anonimo in ha detto:

     uh! a me è piaciuto tanto così com’è, l’ho letto d’un fiato, non ho colto le citazioni -_- , non so di cosa stia parlando oskar, ma a me è piaciuto, forse perchè mi piace lo vino. veritas.

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