il pitecantropo

Ecco cosa succede a perdere il treno dell'evoluzione

Archivi per il mese di “novembre, 2010”

Anàbasi

In realtà credo che tutto sia cominciato con il panino burro e capperi che mi fece mia madre in un lontano giorno del 1978 o giù di lì.
Era una luminosa mattina e ilare come solo le mattine del 1978 potevano essere e lo scrivente frequentava con successo la classe terza elementare di una pregiatissima scuola privata.
Ad un'ora stabilita i fanciulli, sgambettando nei loro simpatici pantaloni a zampa d'elefante, tumulavano gli astucci del Dolce Remi sotto il banco di fòrmica verdina e si apprestavano a consumare ciò che il cuore di mamma aveva preparato loro. Dai dati attualmente in mio possesso, risulta che il 50.1% dei discenti cominciava a farsi di nutella (la metà di questi confluirà poi, in età adulta, nel PD), la cui morte migliore era consumarla nei celebri panini all'olio, dai cui bordi, al momento dell'addentatura, sgorgavano fiotti di crema marrone che riempiva anime e scavava carie. Il restante 49.9% cavalcava spensierato l'onda della Girella, spiraliforme concentrato di politically uncorrect ante litteram, la cui reclame prendeva decisa la parte degli indiani anticipando di qualche decennio la furbata commerciale di mr. Kostner.

Io, ancora lontano da prese di posizione così radicali, per non sbagliare cercavo di stare con la maggioranza e quella mattina alla mamma dissi:"voglio il panino a ricreazione". Così, all'ora stabilita, scartai piano il foglio che avvolgeva la mia razione lipidica convinto di trovare dentro lo stesso bendidio che vedevo sulle facce dei miei correligionari. Ma all'interno, quel lontano giorno del 1978, trovai un panino burro e capperi.
Burro e capperi.
All'inizio non capii bene di cosa si trattasse. Ricordo che separai le due metà combacianti, ben serrate a causa dell'azione cementizia del burro, e lo trovai picchettato di queste sfere violacee dall'odore acidulo che mi ispirarono a) il primo conato di vomito e b) la prima consapevolezza che non avrei mai avuto quel che tutti gli altri bambini avevano. O lo avrei avuto con diversi anni di ritardo.
Ovviamente la cosa proseguì con gli anni. Scuole medie: tutti avevano il diario di Snoopy? Io avevo quello degli Aristogatti. Superiori. Tutti avevano i Levi's a mezza tibia e le Burlington in bella vista? Io avevo i Leviss falsi come giuda e lunghi effetto fisarmonica.

Dice, e che c'entra tutto questo?

Io dico che c'entra. Perchè quest'idea di Londra, di mollare tutto e partire, così, alla cazzo, io lo sapevo che mica potevo reggerla. Perchè forse è vero che queste robe o le fai quando davvero hai vent'anni (ma pure venticinque, và) e ti prendi quello che per consuetudine generazionale è giusto che tu ti prenda, o non le fai più.
E se la tua vita è stata un continuo inseguire quello che un'educazione incline all'originalità alimentare e una serie di circostanze poco favorevoli all'autonomia socioeconomica non ti hanno concesso, allora lascia perdere, mate.
Lascia che le cose vengano così come sono.
Non cercare di raddrizzare la bilancia delle aspettative negate buttandoci su i sogni veteroadolescenziali che hai conservato nel portafogli insieme alla foto di quando avevi ancora i capelli.
Altrimenti corri il rischio di sembrare poco credibile nell'enunciazione delle tue grida di libertà dai vincoli sentimental-tradizionali che per anni hai ripetutamente combattuto con la fierezza di un pollo da cortile. Non c'è nulla di male, quindi, a riconoscere che a te, farsi due ore di metro al giorno per andare in catena di montaggio a disporre due fette di mozzarella in croce per una platea di coprofagi sudditi di sua maestà guadagnando quanto basta per pagare una stanza e poco altro, è una cosa che non ti riempie nè tasche nè anima. Che per un sociofobico come te passeggiare nel formicaio di Oxford street è rilassante come sorpassare un tir in galleria con le luci spente.
O molto più semplicemente che forse ti stai facendo grande e le energie per tutto questo non ce le hai più.

E allora, in una gelida notte dicembrina, nella topaia che ti ha accolto per due mesi, mangiando una galletta con burro e capperi,  compri il primo volo utile per tornare giù; e di fronte al pensiero che dovrai ancora una volta ricominciare, ti immagini la faccia che faranno tutti quando tornerai. E capita che, malgrado tutto, possa nascerti anche un sorriso.

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In ordine alfabetico…

…e disordine esistenziale.

A. come amici.
Che attualmente è quello che più mi manca e a nulla valgono i succedanei che condividono con me gli ambienti protodomestici dell’ostello in cui ancora mi trovo per evitare i rigori notturni e gli assalti delle volpi (ve lo giuro. Di notte scorrazzano in città con aria tronfia. Le più furbe arrivano a chiederti anche gli zecchini d’oro da seminare nel campo dei miracoli). Per il resto ho avuto davvero poche occasioni di poter avere un dialogo decente con la qualunque.

B. come bidet.
Lo so, è un luogo comune. Come la pioggia, la nebbia e il the alle cinque. Ma è vero. D’altronde è per questo che uno dei popoli più sanguinari della storia ha conquistato il mondo.
Avete idea di quanto mentalmente si possa essere liberi eliminando il bidet? Si va al cesso, si fa quel che si deve e via. Fuori. A ricominciare. E’ così, con questa poca attenzione ad un trascurabile dettaglio, che hanno trovato il tempo di prendersi l’India, l’Australia, il nord America e un quarto continente a loro scelta.
E mentre noi ci deliziavamo fra regni di porcellana ed essenze setose, alla perfida Albione bastava poco più di un cespuglio. Lavarsi il culo non rientrava nella missione civilizzatrice di un protestantesimo coliforme e fecale. Pragmatismo e tarzanelli a braccetto per dare lustro alla corona.

C. come cucina.
Perché in fondo è per quello che sono qui. Una responsabilità che condivido con i ruffiani che in Italia mi ripetevano di apprezzare quel che gli preparavo. E io, che fra ingenuità e presunzione è una bella lotta, giù a dargli credito. Vai a scoprire, bello mio, che, eccettuati alcuni tratturi dalle parti del Borneo e la Salerno-Reggio Calabria, la cucina è uno dei posti più pericolosi e stressanti del pianeta.
Nel mio girovagare –ancora senza meta- ho apprezzato oneste cucine inglesi, discreti fornelli argentini e fantasiosi spadellatori spagnoli.
Poi, ho conosciuto l’abominio.
Voglio dire, io non ho nulla contro questi ristoranti che te lo dicono chiaramente, fin dall’insegna fuori al locale: cucina italiana. E uno a prima botta può anche pensare che cazzo vuoi vedere che abbiamo ancora qualcosa di buono da dire? Solo che basterebbe per lo meno rispettare alcuni canoni: non so, lo vogliamo evitare il burro nella pasta (precotta) ai frutti di mare (surgelati)? Lo vogliamo dire che la carbonara si fa con le uova e non con la panna? Mi spiegate il concetto di pancetta affumicata a cubetti in un riso (precotto) con le cappesante (surgelate)?
Lo ripeto, io non ho niente contro chi si nutre di questi composti organici, dimostrando di apprezzarne gusto e profumo. Solo credo che il nostro paese stia ricorrendo all’uso della forza in Afghanistan per motivi molto meno opportuni rispetto a quello di portare una volta per tutte la parola FINE alla sodomia che si perpetra quotidianamente ai danni della nostra religione enogastronomica. Poi però penso anche che se la cucina è espressione della cultura popolare, allora forse tutto sto schifo è solo lo specchio della merda che siamo diventati.

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