il pitecantropo

Ecco cosa succede a perdere il treno dell'evoluzione

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Metamorfosi n°1


Alla direzione del personale della Zienda -Loggia Centrale-

p.c.: al capo mandamento sig. Nano Infame
al dott. Vader Darth della Galassia dei Faccia di Merda
ai sigg. delle Mosche titolari di reparto
alla responsabile formazione sig.ra Venditrice di Lupini


oggetto: recupero dignità/morale

Città del sud, 27/07/2009

Io sottoscritto Pitecantropo, nato libero 38 anni fa nel mese della madonna in una città aperta et ivi residente, dopo avere prestato il fianco e il retro per 2 anni e 9 mesi presso la suddetta Zienda, dopo essere sottostato ad attività vessatorie, ricatti, taglieggiamenti, dopo aver sedato coscienze, patteggiato immunità, concordato compromessi, chiuso occhi e turato nasi, dopo un numero imprecisato di signorsì

abiuro

qualsiasi legame con la Zienda -cosca affiliata area sud est- e presento dimissioni irrevocabili con decorrenza settembre 2009. AugurandoVi tachicardiche carriere e gastroscopici momenti di felicità, formulo il mio più cordiale


VAFFANCULO
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Cose da fare

Er cilieggio e lo scimmione

Terzo post in 24 ore.
Giornata decisamente complusiva.

Un tale giorno, un povero arberello,
che aveva da soffrì pè freddo e fama,
se mise a chiede ajuto, a fà un macello:
-Nessuno me se pija, nessuno m’ama!

Me basta poco: un bacio, nà carezza
e quando poi verrà la mia stagione,
ve carico de frutta e de dolcezza,
ve ricompenzerò pè l’attenzione!-

‘Na scimmia che passava lì pè caso,
se mosse, attratta dar grido de dolore.
-Ce penso io -je disse- te metto dentro ar vaso
e te prometto sole, acqua e amore!

E quanno venne infine primavera,
la pianta secca mantenne la parola:
cacciò le bacche rosse ed una sera
se presentò ar primate sola sola.

Ma ecco che proprio dar cilieggio
la scimmia se sentì chiamare forte:
-Tesoro mio, ma questo è un sacrileggio,
si tu me magni me darai la morte!

Anvedi chi sse sente- rispose lo scimmione,
-mò pure l’alberi se ponno lamentà!
Falla finita che in questa situazione
io t’ho sfamata, e devo pur magnà!

Ma che t’ho fatto io -je disse quella,-
cò tutta l’artra robba che c’è in giro
te magni mè, che sono la più bella
e me fai tanto male, me stai a levà er respiro!

-Ma senti chi mme parla de dolore-,
je fece quell’abbozzo de cristiano
-si tu nun me scambiavi fame e amore
nun ce staresti mò in questo pantano.

E la morale de sta storiaccia infame
è che si nun voi essere magnato
basta soltanto nun avecce fame.

Breve risposta a filomilla su bene, male, caso e felicità

Filomilla ha detto:
tu sei il male.
E questo è un fatto.
e dovresti anche realizzare che il cuore di tua madre te lo sei mangiato tu. Come doveva essere.
Se hai ancora fame, prova prima tu a sfamare qualcuno e vedrai che andrà meglio.


@filo*: sarà. tanto una scelta bisogna pur farla nella vita. sempre se diamo per scontato che noi si possa scegliere. non ricordo se ne ho già parlato altrove o forse ho solo immaginato di averlo fatto, ma leggevo da qualche parte giorni fa che la nostra più grande conquista, quella del libero arbitrio, altro non è che una gran fregnaccia (sìsì, devo averne parlato ma dove chissà). E in realtà quelli che noi intrepretiamo come atti volontari derivanti da coscienza altro non sono che risposte agli imput dell’ambiente circostante, con buona pace delle cogitazioni cartesiane e della libertà concessaci da un dio di scegliere se operare il bene o il male.
Che poi non so neanche se crederci, visto che continuo a idolatrare il caso sovrano, il quale proprio oggi mi ha fatto uno dei suoi doni più grandi mettendomi allo stesso tavolo di un personaggio di quelli che un giorno lo racconti ai nipotini.

E nell’attesa di trovare uno stomaco disposto a nutrirsi di me, oggi mi son nutrito io delle parole e degli occhi e delle storie di un burbero fotografo quasi sessantenne.
E per la prima volta da chissà quanto notavo la perfetta coincidenza di spazio, tempo e giusta gradazione alcoolica nel sangue che ti predispone l’anima a farsi spugna e assorbire ogni piccolo particolare. E per qualche ora ho riscoperto lo stato estatico dell’ascolto.
Ascoltare chi ha guardato in faccia la Storia e ci è passato in mezzo fra la morte e l’orrore, fra il Bene e il Male, fra la paura di morire e il coraggio di vivere , fra la gioia e l’amore, fra la guerra e la pace, fra puttane e assassini e avere ancora la capacità di sognare e sognare ancora.
E la mia giornata non è stata più la stessa, e mentre scrivo immagino che nei giusti momenti in cui tutti i pianeti della galassia sono allineati alla tua anima, forse una di queste giornate ti può cambiare l’esistenza. O forse basterebbe solo un pò più di coraggio per seguire davvero ciò che ci piacerebbe avere dalla vita.

Oggi, per qualche ora, sono stato felice.

*: queste parole sono nate come risposta ad un precedente commento di filomilla. poi, con l’andar dei pensieri sulla tastiera ho preferito dargli dignità di post. non me ne vogliate.

Fin qui tutto bene


Immagine 2                                                                      

 Insomma io fino a qualche anno fa non è che si poteva chiamare lavoro quello che facevo. Un dignitosissimo sfruttamento post-universitario passato a elemosinare contratti con scadenze più brevi di uno yogurt. Però ero io, facevo quello per cui avevo studiato, vivevo in un ambiente salubre, la gente che conoscevo possedeva un discreto senso etico e di tanto in tanto si poteva parlare di libri senza vergognarsi.


Poi c’è quella cosa della neotenìa, che uno arriva a una certa età e non vuoi avere voglia di farti un viaggio? di comprarti una macchina con almeno gli sportelli? di fare il gradasso che il macbook è bellobello e solo 24 euri al mese?

E allora caro il mio ominide, sei stato sul tuo ramo come un idiota per tutto sto tempo, chè ti faceva scanto di evolverti e diventare un ometto con la tua bella stazione eretta e il pollice opponibile come tutti i cristiani.
Benvenuto dunque nel mirabolante mondo del lavoro a tempo indeterminato! che a me da buon agorafobico sta cosa dell’indeterminazione, come tutte le cose senza un confine da vedere, da poter controllare, già mi mette paura.
Ma poi ti accorgi che non è poi così male. Certo, devi recuperarne di strada se vuoi innalzarti dalla casualità che finora ti ha governato la vita. E ti abbagliano con le luci scintillanti del fisso mensile, e ti sedano con l’idea di essere parte di una grande famiglia: noi vogliamo bene a tutti, signor pitecantropo. Scimmie come lei, qualche maiale, e tanti tanti caimani. Sarete tutti insieme. In pace e amore.
Sìsì com’è bello questo lavoro. Ecce Homo.

Poi un giorno arriva uno, per strada, e ti dice: pillola rossa o pillola blu. Dammele tutte e due che magari passa pure l’ulcera. E l’ulcera non passa mica, anzi aumenta per lo schifo che ogni giorno sei costretto a mangiare. Ma nella tana del bianconiglio ti accorgi che dietro le facciate barocche si nasconde il putridume dei nani che popolano ogni corte per baciare i piedi delle satrapie antropofaghe, che quando non si divertono più tornano ai loro pasti abituali e, un bel giorno di marzo, come tutte le bestie scelgono con cura l’individuo più debole e senza danze dei sette veli gli decollano il cranio.

Oggi ho sperimentato -non ancora sulla mia pelle- cosa significa licenziamento. Oggi ho capito meglio cosa significa quando migliaia di persone vengono messe alla porta e tante grazie, che leggerlo fa un effetto, ma osservare l’umiliazione che si appiccia come una malformazione alla faccia e ai gesti di una persona è un’altra cosa. Oggi ho avuto solo la pallida immagine di una classe sociale che paga il prezzo per tutti. Oggi ho avuto la tangibilità del Valore Sacro della lotta e dei diritti di ogni lavoratore.
Oggi ho capito che nell’arena ci sono anche io, che nessuno è immune.
E la sensazione è quella di una caduta libera, in un percorso indeterminato come il tempo che mi separa dall’impatto. Fin qui tutto bene, dunque.  Cos’altro vi aspettate dall’odio che provo per voi?

Non prendiamoci in giro

Non prendiamoci in giro. Come ha ripetuto spesso anche suo padre, Eluana era morta diciassette anni fa.
Si può discutere finchè si vuole su cosa è vita e cosa è morte. Per me stare per diciassette anni su un letto attaccati a un sondino NON è vita. Non sarà morte nel senso biologico del termine, ma definirla vita è una cosa che può fare solo la beceraggine di una religione ipocrita che troppo spesso specula sul dolore.
Ora, visto e considerato che questo miserabile paese somiglia sempre di più all’Uganda, e lo dico senza offesa alcuna per gli sciacalli e le altre bestie tanatofaghe che almeno lì sono soggette alla dura legge della sopravvivenza e agiscono senza un elettorato da rappresentare; prevedendo che il dibattito sul testamento biologico si impantanerà nuovamente causa intralci con piccolo staterello rifugio di pedofili e paranazistoidi; e visto che non ci tengo a farmi difendere da pseudo-golpisti in erba o da qualche politico scappato da un lombrosario, allora dichiaro fin d’ora che se dovessi trovarmi nelle condizioni di non poter più vivere una vita degna, allora che mi si agevoli il saluto. E visto che la pellaccia è la mia, desidererei andarmene con una bella overdose di ero, quella bella ero primi anni ’70 sparata in vena mentre suonano le quattro note di Shine on you crazy diamond  tirata su al massimo. E tanto basta.

io…un giorno crescerò…

Non è che poi magari sto bambino cresce col trauma della torta negata e, mettiamo, fra una ventina d’anni comincia a deportare cuochi e pasticcieri vaneggiando sulla purezza della panna?

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